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Mission

“Non se ne può più”.
Lo diciamo spesso quando qualche contrattempo o avversità si frappone tra noi e i nostri piani.
Ma dovremmo dire invece non se ne può più dei nostri piani! In realtà non se ne può più davvero, ma del chiasso che ci circonda, dei falsi miti e delle frasi retoriche dei profeti di questo mondo contemporaneo che ci soffoca e ci riduce a esseri indifferenti e anaffettivi.
Anch’io dico “non se ne può più”. Non se ne può più di correre su una corda oscillante tesa verso il “successo”, rischiando di cadere da un momento all’altro dentro il vuoto del “fallimento”.
Basta. Basta di soffocare quel sangue pieno di sentimenti che ci connota di umano, per inseguire una immagine di perfezione, un “Io” falso che ci lascia vuoti e irrimediabilmente infelici.
Riappropriamoci di noi stessi, riabbracciamo quel “Sé” fatto di corpo, di emozioni e di umanità piena dei colori della natura, dei profumi dei fiori, degli occhi belli di chi amiamo.
Ci siamo ridotti a non sentire più il nostro corpo. L’abitudine a soffocare i bisogni del corpo, quali inutili freni al nostro volo verso il successo, ci ha resi insensibili alla gioia di vivere e i piaceri frettolosi e corrivi sottratti ai sentimenti non ci appagano. Inganno.
Ci si inganna, infatti, se non siamo più abituati a perdere tempo nella contemplazione della persona amata, nei sapori del cibo che prendiamo, nel grande fascino delle idee che ci arrivano dal pensiero pensato.
Ci si inganna pensando che il successo possa essere un surrogato ancor più dolce e allettante.
E come inganniamo noi stessi, così inganniamo gli altri.
Crediamo di avere degli amici solo perché ci fermiamo al bar a scambiare con loro qualche frase, o perché ci mangiamo insieme superficialmente il sabato sera.
Ma la nostra tensione verso il successo ce li fa trapassare con lo sguardo, e non vediamo in loro che ombre, o forse ostacoli da superare, o strumenti da usare per i nostri scopi.
E presto ci sentiamo vuoti, soli, compressi dentro un corpo rigido e ben costruito a difesa contro i sentimenti, ma anche a difesa contro la felicità.
Qui da noi ci si riappropria del corpo.
Corpo inteso come “Sé”, giusta crasi tra volontà e sentimenti. Qui da noi si ricomincia ad accorgersi degli altri.
Qui da noi si viene a trovare amici. Si viene a ragionare dell’uomo e sull’uomo.
Ci si guarda in faccia e si perde tempo a parlarsi. Di come essere felici. Di come è bello abbracciarci e formare un carosello di sorrisi. Perché si sorride sempre a contatto con la bellezza.
Ed è bello accorgersi degli altri e partecipare alla vita degli altri come se fosse la nostra.
Si chiama empatia, l’unico valore al mondo, l’unico sentimento che ci incolla agli altri e ci forma sociali, e forma società. La parola successo è bandita.
Qui si viene a cercare l’arte, a costruirsi come artisti, ovvero come persone che cercano e trovano la bellezza nella felicità di noi stessi e degli altri.
I nostri allievi imparano come sia bello diffondere la bellezza dal palcoscenico, non imparano a desiderare gli applausi per gli applausi, la gloria per la gloria, il successo per il successo. Ma la gioia di essere felici nel fare felici gli altri.